Cook Inlet, Alaska
Quando era arrivato in volo sulla Petromax Omega, Mercer aveva avuto l’impressione che il mare fosse calmo, con onde lunghe e sinuose, ma dall’interno del battello di salvataggio in balìa di quei venti nodi di corrente, la superficie del Cook Inlet era una superficie ripida e ondulata, che saliva e scendeva con spietata violenza. Vere e proprie valanghe d’acqua lo investivano scagliandolo nel vuoto che si creava tra un’onda e l’altra, concedendo solo un breve istante di sollievo prima di ributtarlo di nuovo sulla cresta dell’onda successiva. La schiuma bianca inondava gli oblò e il piccolo battello era un puntino giallo in quella distesa di acqua nera e deserta.
Mercer si svegliò con il suono di qualcuno che vomitava, versi gutturali e bruschi, come se a qualcuno stessero strappando le budella. Svegliandosi, si rese conto che era lui a vomitare. Aveva in bocca e in gola il sapore amaro della bile che gli colava dal mento e si raccoglieva nell’incavo della gola mentre lui giaceva sul pavimento che non smetteva di sussultare. L’aria soffocante della cabina puzzava come la gabbia di un animale selvatico.
“Oh Cristo” gemette, “oltre il danno la beffa.”
Gli era capitato solo una volta di soffrire di mal di mare, e non si ricordava più di quanto ciò fosse avvilente. Gli sembrava di avere nello stomaco un nido di serpenti che si dannavano per scappare. Sapendo che tentare di resistere ai conati era inutile, vomitò senza trattenersi fino a quando gli sembrò di essere sul punto di spaccarsi in due. Dopo essersi liberato si sentì meglio, ma sapeva che di lì a poco i conati si sarebbero ripresentati.
Controllò Aggie, che giaceva accanto a lui verso poppa, raggomitolata in posizione fetale. La toccò e con indicibile sollievo sentì che era calda e vide che aveva ripreso colore. Le diede un leggero colpetto sulle dita, e lei mugolò nel sonno. Non aveva perso la sensibilità alle estremità, quindi il pericolo del congelamento era scongiurato. Il suo era il sonno della stanchezza, non uno stato di coma come lui aveva temuto.
Rimase a guardarla per un secondo, pensando che era una donna straordinaria. Se non fosse stato per lei sarebbero morti. La sua freddezza nell’azionare le pompe nonostante lo stress del momento aveva salvato entrambi. In molte occasioni la sua vita era stata salvata, ma mai da una donna per la quale provava… Si costrinse ad allontanare le emozioni. Non poteva permettersi quella catarsi da scapolo in quel momento e si concentrò su compiti più importanti, per esempio metterle addosso altre coperte.
Il motore del battello borbottava col motore in folle, gli indicatori davano valori nella norma e la bussola montata sulla plancia indicava che erano orientati verso nord, verso la terraferma. Mercer diede gas e l’imbarcazione rispose immediatamente, aggredendo le onde come meglio poteva, lasciandosi dietro una scia sottile. Il battello disponeva di un pilota automatico, e Mercer lo attivò impostando la rotta verso il lato settentrionale dell’Inlet. Secondo il suo orologio erano nel battello da cinquanta minuti, quindi avevano solo qualche ora per contattare Lindstrom ad Alyeska in tempo per fermare Kerikov prima che distruggesse la condotta. Anche se la penisola di Kenai, verso sud, era più urbanizzata, Mercer optò per la terraferma. L’approdo era più vicino e sperava di trovare una radio o un telefono in una delle baracche di pescatori disseminate in tutto l’Inlet.
Il rassicurante borbottio del motore e il ristoro del sonno lo facevano sentire di nuovo simile a un essere umano. Mercer esplorò i gavoni e gli armadietti per vedere se contenevano qualcosa di utile. Prese delle compresse contro il mal di mare dal kit di pronto soccorso, e anche se sapeva che erano più efficaci se assunte prima dei sintomi, pensò che se riusciva a tenerne giù un paio, male non gli avrebbero fatto. Trovò delle tute di lana e se ne infilò subito una, per poi metterne una addosso ad Aggie mentre dormiva. Lei si mosse appena. Dietro al kit di pronto soccorso, incastrata tra due torce elettriche, scoprì un vero tesoro: una bottiglia di whisky nuova. Non riconobbe l’etichetta, ma ringraziò gli dèi per averla trovata. Bevve una lunga sorsata, lasciando che l’alcool gli bruciasse lo stomaco come il ferro fuso colato da un crogiuolo.
Si aspettava che il liquore lo facesse vomitare di nuovo, ma con piacevole sorpresa notò che lo fece sentire meglio. Gli venne in mente la dose di whisky che Harry White trangugiava quotidianamente e si disse che l’amico la sapeva lunga.
Con una coperta ripulì il pavimento del battello dall’acqua e dal vomito e avvolse Aggie nelle altre, rimboccandole attorno al suo corpo, carezzandole una guancia col dorso della mano. Dio, com’è bella. Venne di nuovo assalito da emozioni a cui in quel momento non poteva dare spazio. Le mise da parte e si concentrò sulla situazione attuale invece che fantasticare sulle possibilità di un futuro con lei.
Si mise ai comandi e accelerò il battello al massimo della potenza. Attivò il segnale radio automatico per le richieste di soccorso che inviava un segnale sulla frequenza di emergenza di 121,5 MHz. Per un attimo pensò di usare la radio per chiedere aiuto, ma sapendo che c’erano altri due scialuppe di salvataggio della Omega dirette verso la terraferma, l’ultima cosa che voleva era far sapere che lui e Aggie erano sopravvissuti all’affondamento della piattaforma. Per il momento erano soli ad affrontare un esercito e impossibilitati a ricevere aiuto.
Per le due ore successive Mercer lottò contro il mal di mare, con l’impeccabile motore Saab che borbottava da sotto la calotta posteriore. Aggie continuò a dormire per tutto il viaggio. Era così sfinita che neanche i violenti sobbalzi del battello riuscirono a svegliarla. Mercer non fu così fortunato. Il suo stomaco era sempre più devastato dal mal di mare. Per un po’ aveva cercato di condurre il battello tenendo aperto il boccaporto, in modo da far entrare un po’ di aria fresca nell’aria viziata della cabina, ma dall’apertura entravano spruzzi d’acqua troppo violenti.
L’unica cosa che lo aiutava a tenere duro, l’unica scintilla che dava un minimo di significato a quell’esperienza allucinante era la speranza di riuscire a fermare Ivan Kerikov. Senza quello stimolo, avrebbe mollato molto prima. Ma mentre il suo stomaco si contorceva per la ventesima volta con conati di vomito a vuoto che lo lasciavano spossato e sudato, sapeva che avrebbe potuto reggere qualsiasi cosa pur di incastrare il russo.
L’alba arrivò lentamente, tingendo il cielo di una pallida luce argentea, il solo indizio del nuovo giorno che stava iniziando. Attraverso gli oblò inondati da continui spruzzi d’acqua, la costa settentrionale dell’Inlet era una striscia grigio-verde che segnava il confine tra la terra e il cielo, un orizzonte ondeggiante fatto di foreste di conifere. Dalle colline rocciose scendevano innumerevoli rigagnoli che si mescolavano con i violenti marosi del Cook Inlet. Era una terra che non faceva compromessi, un luogo ostile abitato solo da gente ostinata.
Con l’inizio di quel nuovo giorno il mare si calmò e le onde divennero più lunghe e dolci che cullavano innocuamente il battello. Finalmente Mercer poté riaprire il boccaporto e lasciare che l’aria fredda e nebbiosa gli rinfrescasse la pelle e gli occhi arrossati. Aveva un tale bisogno di dormire che non sapeva più cosa volesse dire. Aveva la schiena irrigidita e le spalle contratte.
Iniziò la navigazione sottocosta, facendo rotta verso Anchorage con la speranza di trovare un qualche riparo prima di raggiungere la città, ancora molto lontana. Non c’era traccia delle altre due scialuppe della Petromax Omega, ma Mercer teneva comunque gli occhi aperti. Incontrarle adesso, armato solo di un coltello che aveva trovato nelle dotazioni di emergenza avrebbe significato essere catturati di nuovo o, molto probabilmente, morire.
Sulla sinistra, la costa scorreva monotona, una striscia di spiagge rocciose sovrastata dai boschi. Dopo venti minuti, Mercer cominciò a pensare di aver commesso un grave errore. Forse si sarebbe dovuto dirigere a sud verso i villaggi di pescatori della penisola di Kenai. Il tempo prezioso che aveva risparmiato dirigendosi verso nord si stava annullando nella ricerca di un capanno da pesca. La linea di costa lasciò il posto a una rientranza curva profonda, che penetrava verso l’interno. Al centro dell’insenatura sfociava un fiume: una cascata bianca che gorgogliava sugli scogli prima di tuffarsi nell’oceano.
Sulla riva del fiume c’era una capanna, fatta di tronchi logorati dal tempo. Era una costruzione a un solo piano con un camino di pietra che sporgeva su un lato e una veranda rivolta verso il fiume dall’altro. Sembrava un rifugio di montagna senza le comodità, ma per Mercer era l’edificio più accogliente che avesse mai visto.
Condusse il battello fino alla riva, lottando con le onde che si frangevano sulla riva e mentre si avvicinava alla baracca, vide qualcosa che gli diede un tuffo al cuore. Nascosto dietro un boschetto di abeti, c’era un idrovolante rosso, ormeggiato proprio nel punto in cui il fiume si fondeva con l’acqua dell’Inlet, legato con cime robuste.
Se, come temeva, la capanna non era attrezzata con una radio, sicuramente ce n’era una a bordo dell’aereo.
Portando il battello sulla spiaggia a cinque o sei metri dalla foce del fiume, lo lasciò scivolare sui ciottoli della battigia fino a che non fu completamente fermo. Spense il motore. Le gambe gli dondolavano come se fosse stato ancora in acqua, ma col passare dei secondi la sensazione svanì e si sentì di nuovo stabile.
Saltò giù dal battello, con gli scarponi che affondavano nei ciottoli della spiaggia. L’aria del mattino era frizzante, odorava di legno di abete e le cime degli alberi erano immerse nella nebbia. Provò invidia per il proprietario di quel rifugio così bello e isolato.
Si fermò per dare un’occhiata all’interno della capanna attraverso i vetri sporchi e nella penombra vide che era disabitata da parecchio tempo. I mobili erano ricoperti da un velo di polvere e le ragnatele scendevano con una certa eleganza dalle cornici delle fotografie sopra il camino in pietra. La cucina era composta da un piccolo lavello alimentato da una pompa manuale, e da una stufa. Immaginò che le possibilità di comunicazione fossero piuttosto scarse. Poteva solo sperare nell’aereo.
Il piccolo Cessna era in ottimo stato e con la vernice ancora intatta. Aprì lo sportello posteriore e vide che lo spazio per il carico era immacolato. Mercer immaginò che il proprietario di quel monomotore lo tenesse lì per divertirsi quando veniva al suo rifugio con un altro aereo o con una barca a motore, dal porto di Anchorage. Non era pensabile che qualcuno lasciasse lì quel gioiellino incustodito per tutto l’inverno, ma non era il momento di preoccuparsi delle manie altrui.
Si infilò nella cabina di pilotaggio e mentre si sedeva cercò la radio. Esaminò i pochi strumenti disponibili, quindi controllò di nuovo con maggiore attenzione, e notò che lo spazio in cui si sarebbe dovuta trovare la radio era uno spazio vuoto nel cruscotto di plastica. Non c’era nessuno strumento di comunicazione.
Frustrato, Mercer diede un pugno contro la cloche. Lui e Aggie erano bloccati fino a quando i soccorsi non fossero arrivati fino a là nella ricerca dei sopravvissuti della Omega. Ci sarebbero voluti giorni, e nel frattempo la Alaska Pipeline sarebbe stata distrutta da Kerikov e dai suoi alleati della PEAL. Mercer aveva passato centinaia di ore nei trasferimenti alle miniere più sperdute a bordo di aerei minuscoli, osservando i gesti del pilota, ma non aveva mai preso lezioni di volo. Era una di quelle cose che si era sempre ripromesso di fare, ma non aveva mai trovato il tempo. Si maledisse per aver sempre rimandato.
I comandi sulla plancia gli sembravano familiari, e mettere in moto l’aereo sarebbe stato semplice, ma non era sicuro di saper gestire timone, manetta, assetto e miscela di carburante per farlo volare. Del resto, con tutto quello che aveva dovuto affrontare sino a quel momento, non gli sembrava certo il caso di mollare. Se non era morto nella fuga dalla piattaforma, non sarebbe morto neanche nel tentativo di rubare un aereo, pilotarlo per duecento chilometri e farlo atterrare. Non appena si rese conto di quello che stava per fare, gli si chiuse lo stomaco: un crampo di terrore che per un attimo lo fece vacillare.
Si concentrò. Si affidò alla sua memoria fotografica per ripetere esattamente i gesti che aveva visto così tante volte. Sopravento, miscela grassa, manetta al massimo, tirare indietro, e si vola. Non era difficile. E l’atterraggio? Quando lo facevano i piloti sembrava una sciocchezza. Mettevano l’aereo in assetto di atterraggio, scivolavano giù, e ci si ritrovava a terra.
Seduto al posto del pilota si sentiva come un adolescente alla prima lezione di guida. Era tutto molto familiare e nello stesso tempo complicato e preoccupante. Oddio.
Un altro pensiero gli attraversò la mente e gli strappò un sorriso. Non c’era bisogno di decollare. Avrebbe potuto usare l’idrovolante come una barca, lasciando che il motore Lycoming li portasse sulle onde invece che sollevarli in aria. Quella era un’operazione decisamente gestibile.
L’autocompiacimento per quell’idea improvvisa, però, sparì quando da in mezzo alla baia gli giunse il rumore di un motore marino. Era difficile stabilirne la distanza, perché la superficie dell’acqua era avvolta nella nebbia, ma sembrava proprio che si stesse avvicinando alla riva. Aveva sperato di lasciare Aggie davanti a un camino acceso mentre lui partiva per la sua missione suicida ma capì che quell’ipotesi era sfumata. Il rumore del diesel poteva significare solo che gli uomini di Kerikov scappati dalla Omega stavano arrivando.
“I passeggeri del volo della Mercer Airways numero 666 per l’inferno sono pregati di recarsi all’imbarco” disse mentre saltava giù dall’idrovolante e tornava verso il battello lasciato sulla spiaggia con dentro Aggie.
Aggie stava ancora dormendo quando lui la prese in braccio tenendola avvolta nelle coperte. Mentre sgattaiolavano fuori, un oggetto attirò la sua attenzione e lo prese.
“A bordo verranno servite bevande e generi di conforto.” Tornò sul Cessna, tenendo stretta la bottiglia di whisky.
Mercer appoggiò Aggie sul piano di carico vuoto, legandola con le cinghie per tenerla ferma, quindi strappò le protezioni in vinile dai tubi di Pitot. Invece di perdere il tempo a sciogliere l’ormeggio dell’aereo, tagliò le cime con il coltello e saltò sul Cessna mentre la corrente del fiume lo spingeva verso la baia. Il rumore del motore si stava avvicinando, sembrava che fosse a pochi passi, ma era ancora nascosto nella nebbia.
Dopo essersi sistemato sul sedile con le cinture allacciate, si rese conto dell’impresa spaventosa che lo attendeva, soprattutto quando, dopo che ebbe girato la chiave dell’accensione, non ricevette alcuna risposta dal motore. “Forza tesoro, non puoi farmi questo.”
Tentò di nuovo, ma non accadde nulla, quando improvvisamente si ricordò di dover spostare la leva che diceva ‘interruttore principale’. Non sapendo esattamente a cosa serviva, la mise sulla posizione ‘entrambi’ e riprovò a mettere in moto. Il motore diede un colpetto, si fermò, poi ne diede un altro e si mise a rombare allegramente sparando un getto di fumo dagli scarichi.
“Perfetto” disse ad alta voce.
Guardò le lancette degli strumenti che oscillavano e stabilì velocemente un ordine di priorità.
“Temperatura dell’olio? Chi se ne frega.”
“Pressione di alimentazione? Chi se ne frega.”
“Temperatura del carburatore? Chi se ne frega.”
“Indicatore di velocità? Troppo basso.” Aprì la manetta, sobbalzando sul sedile nel sentire i cilindri che si mettevano in moto, ma poi si rimise comodo.
Dopo pochi secondi l’aereo si stava spostando verso la baia, aumentando la velocità. I due galleggianti scavavano due solchi profondi nell’acqua, e Mercer mise la leva della miscela su ‘grassa’ per essere sicuro che il motore girasse al massimo della potenza. Fece delle prove sulla pedaliera, e l’aereo rispose ubbidiente, virando leggermente. Cercò di calcolare dove aveva sentito il rumore della scialuppa e girarci alla larga: con quella nebbia non si vedeva assolutamente niente.
Sentendosi un po’ più sicuro, abbassò i flap aumentando la portanza delle ali. L’aereo divenne più leggero, l’andatura si fece più regolare e la velocità aumentò. Guardò gli strumenti e notò con sorpresa che aveva raggiunto una velocità di oltre settanta nodi. I galleggianti sfrecciavano a pelo d’acqua e sembrava che il Cessna avesse una gran voglia di volare. Era stabile, ma Mercer a quella velocità non se la sentiva. Si sporse per ridurre il gas.
Come un leviatano che emerge dai flutti, uno dei battelli di salvataggio della Petromax Omega uscì dalla nebbia proprio davanti all’aereo in corsa. Mercer dovette reagire all’istante, e senza neanche rendersene conto tirò la leva e il Cessna si sollevò sull’acqua, schivando per pochi centimetri la cupola arrotondata del battello. Il suo primo pensiero fu quello di riportare l’aereo sull’acqua, ma il velivolo continuava a salire con facilità e la rassicurante superficie del mare si allontanava ad ogni istante. Il panico lo assalì e le mani sulla cloche pesavano come il piombo. Oh merda.
Con uno sforzo di volontà alleggerì la tensione della presa e lasciò che l’aereo si adagiasse in quello che era il suo ambiente naturale mentre saliva nella nebbia argentea. Lottando contro la paura crescente, Mercer cercò di fare mente locale e ricordare la larghezza del Cook Inlet e l’altezza delle montagne sulla riva opposta. Quando però l’aereo salì a tremila metri di quota sbucando nella luce abbagliante del sole, vide che le montagne del Parco Nazionale di Kenai erano troppo lontane per costituire una minaccia. Respirò profondamente per calmarsi e si asciugò il sudore dalla fronte, mentre il cuore continuava a battere ancora all’impazzata. Aveva appena cacciato Aggie, e se stesso, in un bel casino e non sapeva come uscirne.
Non voleva soccombere al panico e cercò di fare qualche esperimento sull’aereo. Se voleva riuscire ad atterrare doveva imparare a volare prima che le lancette del carburante si fermassero sullo zero. Fortunatamente l’aria era ferma e gli bastarono pochi minuti per abituarsi alla velocità di risposta del Cessna. Dopo dieci minuti impostò la rotta su Valdez e si concentrò a tenere il veivolo in assetto stabile con la manetta al 70 per cento a velocità di crociera: sembrava che volasse da un sacco di tempo.
Altro che.
Nel vano tentativo di distogliere l’attenzione dal guaio in cui si trovavano, si mise a pensare a Kerikov e a come avrebbe fatto per distruggere la condotta. Come aveva detto anche Andy Lindstrom, congelare il petrolio nel tubo non sarebbe stato sufficiente. L’acciaio era troppo spesso. Ma se Kerikov aveva assunto il controllo della rete che gestiva le pompe, e Mercer sospettava che ci fosse riuscito con la complicità di Ted Mossey, doveva solo aspettare che il greggio solidificasse per poi sparare al massimo le turbine. Il petrolio liquido presente nelle sezioni non raffreddate dall’azoto avrebbe urtato contro il blocco solido di quello congelato e, con una pressione di 1180 psi, avrebbe prodotto una violentissima pressione di ritorno alimentata dall’azione combinata di dieci stazioni di pompaggio. La condotta non avrebbe retto e si sarebbe spezzata in centinaia di punti, a seconda di dove erano state piazzate le bombole di azoto liquido.
Mercer diede un’occhiata all’orologio. Se non fosse riuscito ad arrivare a Valdez e a dire ad Andy Lindstrom di Mossey, Kerikov sarebbe riuscito nel suo intento. Ignorando le lancette dell’indicatore del carburante che precipitavano avvicinandosi alla linea rossa della riserva, Mercer alzò la manetta di un’altra tacca aumentando la velocità. Trascorsero altri venti minuti prima che il Cessna oltrepassasse la costa orientale della penisola di Kenai trovandosi a sorvolare le acque del Prince William Sound.
Senza scossoni riuscì a dirigere l’aereo verso nord, abbracciando con lo sguardo la linea di costa. La città di Seward era accoccolata tra le montagne a soli quattro minuti a sud della loro attuale posizione, ma concentrato com’era sui comandi dell’aereo, Mercer non la vide. Avrebbe potuto atterrare e risparmiarsi il tormento che lo aspettava.
Sulla nave da ricerca della PEAL, la Hope, c’era l’atmosfera festaiola di una nave da crociera che ha appena raggiunto un paradiso tropicale. L’equipaggio, un gruppo di giovani idealisti, stava brindando al successo con bottiglie di champagne da quattro soldi. Mancavano un paio d’ore alla conclusione del più grande attacco della storia all’inquinamento industriale mai sferrato dal movimento ambientalista. Tutte le azioni compiute fino ad allora, gli incendi alle pompe di rifornimento, le manifestazioni e le risse, i canti e gli slogan, le scritte sui muri, avevano preparato la strada a quel momento. Ed era stato così facile che molti di loro si resero conto che organizzare atti di ecoterrorismo era molto più semplice che mettere in piedi tutte le piccole azioni di protesta a cui si erano dedicati fino ad allora. Alcuni ragazzi stavano già parlando del loro prossimo attacco agli imperi industriali.
Jan Voerhoven stava in piedi in mezzo ai suoi seguaci nel quadrato degli ufficiali della Hope, con un bicchiere di champagne in mano e un ampio sorriso che illuminava il suo volto affascinante. Si beava dell’atmosfera di festa che lo circondava, e come Caligola davanti ai suoi senatori traeva forza dalla loro adorazione. L’unica ombra che offuscava i suoi occhi azzurri era l’assenza di Aggie. Sapeva che il gesto di lasciare in cabina l’anello che lui le aveva comprato era pieno di significato. Ma l’euforia dei festeggiamenti lo distolse da quel senso di perdita che si stava già attenuando. C’erano diverse giovani donne disponibili che lo guardavano con occhi smaniosi, poiché la notizia della partenza di Aggie si era sparsa rapidamente.
Una ragazza di diciannove anni incrociò il suo sguardo e quando lui le sorrise rispose con un sorriso ammiccante pieno di desiderio. Ma sì, pensò mentre qualcuno gli metteva in mano un altro bicchiere di champagne, quella sera avrebbe probabilmente accolto qualcun altro nel suo letto.
“Quanto manca, Jan?” gridò qualcuno dal fondo della sala stracolma di gente.
“Poco,” rispose sorridendo soddisfatto. Aveva il detonatore in tasca e il telefono cellulare nel taschino sul petto.
Mentre loro festeggiavano, sul ponte inferiore Abu Alam stava facendo un resoconto a Kerikov. Aveva passato le ultime tre ore nella sala macchine della Hope a sistemare le cariche di esplosivo al plastico alle linee di alimentazione del carburante, ai serbatoi e in altri punti strategici. Dopo l’esplosione, della nave sarebbe rimasto solo un groviglio di rottami deformati. Aveva i vestiti sporchi, la pelle olivastra annerita dal fumo e dal grasso, le sue mani erano così nere che sembrava indossasse dei guanti. I due uomini erano soli nella spaziosa cabina occupata da Jan Voerhoven, e Alam stava insozzando la moquette con gli scarponi sudici.
Fece un resoconto privo di emozioni, elencando i punti in cui aveva sistemato le cariche e riferendo di essere stato costretto a uccidere tre macchinisti che si erano avvicinati un po’ troppo. Aveva uno sguardo piatto e implacabile. Alam tratteneva a fatica la propria eccitazione, cercando di rimanere indifferente allo sguardo critico di Kerikov.
Chissà se ha capito, si chiese tra sé.
Era abbastanza ovvio che Kerikov sospettasse un tradimento da parte di Alam, dato che tutto il loro mondo era costruito sugli inganni, ma forse il russo non si aspettava che sarebbe successo tanto in fretta. Questione di ore.
I tempi non li aveva decisi lui, si trattava di una faccenda delicata che andava oltre il suo ruolo. Lui era un soldato, non un ufficiale, e di sicuro non era uno stratega. Hasaan Rufti era stato molto chiaro sul fatto che la condotta doveva essere distrutta e che non doveva emergere nessun collegamento con il Ministro. Sia Rufti che Kerikov desideravano la distruzione della PEAL: a nessuno di loro due piaceva l’idea che quel gruppo di invasati se ne andasse in giro a vantarsi dell’operazione. Ma l’uccisione del russo era un’operazione ben più complessa. Alam doveva essere certo che Kerikov facesse esplodere le bombole di azoto e attivasse il software nascosto che avrebbe fatto partire tutte le stazioni di pompaggio, e solo allora avrebbe potuto ucciderlo con il coltello o con una raffica del suo SPA-12. In teoria, per quando Alam avrebbe fatto esplodere le cariche della Hope, Kerikov sarebbe stato già morto, ma non sapeva esattamente come sincronizzare i tempi.
Abbi fiducia in Allah, si disse, e il suo Profeta ti guiderà.
“Molto bene” disse Kerikov interrompendo le riflessioni di Alam, per lui alquanto trasparenti vista l’evidente doppiezza dell’arabo. “È quasi ora. Ormai saranno tutti ubriachi, e una volta che avremo fatto scoppiare le batterie di azoto, non si accorgeranno della nostra fuga. Questo ci permetterà di avere il tempo di far saltare la Hope. Porta Voerhoven sul ponte, voglio proprio vedere la sua faccia quando scoprirà quello che avrà fatto alla sua tanto amata natura.”
***
Il Cessna era una chiazza colorata sulla superficie grigia del Prince William Sound, così alto che da un traghetto che faceva rotta tra Seaward e Valdez il ronzio del motore non si sentiva neanche. O almeno Mercer sperava che quella fosse la rotta, visto che stava usando la nave come riferimento per portarsi leggermente verso nord ed entrare nella baia di Valdez.
Sino a quel momento stava andando tutto alla perfezione. Si sentiva quasi a suo agio al posto del pilota, con le mani e i piedi leggeri ma ben saldi sui comandi. Aveva ancora qualche minuto prima di dover affrontare la terrificante prospettiva dell’atterraggio. Ciò che lo metteva maggiormente in ansia era il movimento inarrestabile della lancetta dei secondi del suo orologio. Non poteva fare niente per fermarla o per rallentarla. L’aereo era già al massimo della potenza e il margine di tempo per raggiungere la Hope era talmente stretto da essere praticamente nullo.
La sconfinata distesa di terra dell’Alaska si stendeva davanti al velivolo, e la luce dell’alba metteva in risalto la bellezza di quei luoghi fatti di montagne imponenti, corsi d’acqua ghiacciati e immense foreste. Se avesse fallito, si sarebbe trasformata in una fogna di dimensioni inimmaginabili. Conosceva bene la capacità della Natura di ristabilire i suoi equilibri, e con quanta forza si sarebbe impegnata per curare le ferite inflitte dal genere umano: un processo lento agli occhi degli uomini appariva lento, ma inesorabile. Tuttavia una devastazione come quelle che Kerikov era sul punto di innescare avrebbe richiesto generazioni su generazioni per guarire. L’Alaska sarebbe quasi per certo rimasta profondamente danneggiata fino al ventiduesimo secolo.
Sorprendentemente, spingendo ancora un po’ la manetta, l’aereo aumentò leggermente la velocità. Si voltò a guardare Aggie che dormiva ancora nel vano di carico.
Se almeno fosse stato sicuro di essere diretto nella direzione giusta… In cabina c’erano delle carte, ma Mercer non conosceva bene la regione, né le tecniche di consultazione delle carte. Se ne stavano piegate in una busta di plastica sul pavimento, ai piedi del posto del copilota.
“Il mio copilota è Dio e la speranza è il mio navigatore” bisbigliò a denti stretti.
Individuò in lontananza un’isola lunga e stretta a un paio di miglia fuori dalla costa del Sound. La guardò per qualche istante e poi si sporse a recuperare le carte. Forse avrebbero potuto rivelarsi utili. L’isola era così simmetrica che non doveva essere difficile individuarla sulle carte. Quando si raddrizzò, vide una lunga scia bianca dietro l’isola e si rese conto che non si trattava di terra, ma di una superpetroliera che stava da Valdez facendo rotta verso sud. Anche da quell’altezza le dimensioni della nave erano impressionanti. Guardando il Cessna, grande come un insetto, riusciva difficile convincersi che entrambi gli oggetti erano stati concepiti dalla stessa specie, perché viste le sue dimensioni la superpetroliera era sicuramente più adatta agli dèi.
Mentre ammirava la maestosità della nave, si rese conto che vedendola si era risparmiato un errore fatale. Mercer era troppo spostato verso est. Avrebbe oltrepassato l’entrata di Valdez senza accorgersene. Corresse immediatamente la rotta seguendo la scia dell’enorme petroliera, e diede un’altra occhiata all’orologio. Non c’era abbastanza tempo, ma doveva assolutamente provarci.
Tra le prime cose che gli istruttori di volo insegnano ai loro allievi, viene spiegato che l’uso degli equilibratori deve essere accompagnato dall’acceleratore, per evitare che l’aereo vada in stallo o che precipiti. In genere, dopo la lezione di teoria l’istruttore mostra questo concetto fondamentale facendo sbandare di colpo l’aereo con l’accelerazione al massimo, spaventando a morte l’allievo con una picchiata feroce che in genere gli fa vomitare il pranzo.
Mercer non era mai stato un allievo pilota, e la manetta era a fine corsa quando spinse la barra allontanandola. Il Cessna rispose come un cavallo a cui vengono sciolte le briglie, andando fuori controllo. Il Prince William Sound occupava tutta la visuale dal parabrezza, e a ogni secondo l’immagine si faceva più nitida. Il motore gridava e l’aereo si mise a vibrare mentre le ali raggiungevano e superavano il limite di tolleranza strutturale. Stavano precipitando a quasi trecento chilometri all’ora.
Lo stomaco, ancora sottosopra per la gita a bordo della scialuppa, si rovesciò completamente riempiendogli la bocca dell’acido dei succhi gastrici, togliendogli il respiro. Consapevole di avere appena commesso un errore fatale, Mercer tirò indietro la barra, ma la pressione del vento contro le superfici di governo era troppo violenta perché l’aereo riuscisse a contrastarla. Con uno sforzo enorme riuscì solo a tendere i cavi di controllo degli equilibratori, e il risultato fu che sotto le sue mani la barra divenne cedevole e si muoveva a vuoto. L’aereo stava precipitando, e per quanto si impegnasse, non riusciva a fermarlo. L’altimetro girava all’indietro a gran velocità, stavano scendendo troppo in fretta perché l’ago riuscisse a seguire con precisione quel calo barometrico così rapido.
Si era dimenticato della manetta, quando una mano aggraziata vi si posò sopra e con delicatezza ridusse l’accelerazione, acquietando immediatamente il motore impazzito. Senza dire una parola, Aggie Johnston si infilò faticosamente al posto del copilota, lottando contro il folle movimento dell’aereo in caduta. Aggiunse la sua forza a quella di Mercer e con l’aiuto del calo di velocità riuscirono a tirare su il muso dell’aereo, dapprima lentamente, poi con maggiore decisione quando le ali riacquistarono la portanza. Il velivolo rallentò dolcemente la sua corsa folle e si ritrovarono in assetto regolare a meno di trenta metri dall’acqua.
“L’ultima cosa che mi ricordo è che stavamo annegando, e adesso stiamo per precipitare” disse con una tale nonchalance che Mercer stentava a credere alla sua tranquillità. “Si direbbe che non riesci a decidere come vuoi morire.”
“Certo che ci riesco” disse tentando di eguagliare quella padronanza, sollevato nell’intuire che Aggie aveva indubbie competenze in fatto di pilotaggio. “Io mi immagino mentre muoio ucciso da un vaso che cade da un balcone. E tu?”
“Mettiamola così. Non voglio essere uccisa dalla tua prossima idiozia.” Aggie aveva ripreso il controllo dell’aereo, stavano guadagnando quota con regolarità e seguivano la rotta impostata da Mercer. “È evidente che non hai idea di come si pilota un aereo, quindi ti dispiacerebbe spiegarmi cosa sta succedendo?”
“Siamo fuggiti dalla Petromax Omega circa dieci secondi prima che si rovesciasse.” Lei lo guardò preoccupata. “So cosa stai pensando. Il carburante disperso è stato bruciato in un incendio degno dell’Inferno di Dante. Dopo un paio d’ore siamo arrivati a riva e ho trovato questo aereo, e ho pensato che rubarlo era molto meglio che farsi riacchiappare dagli scagnozzi di Kerikov. Il decollo non faceva parte dei miei piani, ma sai come succede. Anche se sono io che ho progettato la nostra fuga, non mi dispiace affatto che tu ti intrometta e concluda l’avventura. Dimmi che sai come far atterrare questo aggeggio…”
“Nel mio libretto ho duecentocinquantasette ore di volo. Dov’è la pista più vicina?”
“Ah” Mercer azzardò un accattivante sorriso per nascondere la sua ansia. “Siamo su un idrovolante e siamo a sole cinque miglia dalla Hope. Sai atterrare con un idrovolante, vero? “
“Merda.” Il colorito di Aggie lasciò di nuovo il posto a un pallore mortale. Le sue mani si strinsero sulla barra di quel velivolo poco familiare. “Non sono mai stata su un idrovolante.”
“Ma no, ti sbagli, è già da un po’ che ci stai sopra.”
Lei lo fulminò con uno sguardo, ma lui fece finta di niente e continuò: “E in ogni caso non abbiamo tempo per ragionare sulle differenze tra un idrovolante e un aereo normale. Per adesso pensa che è solo un problema semantico, perché laggiù c’è la Hope.”
Simile a un giocattolo, la Hope era all’àncora in mezzo alla baia di Valdez, a metà strada tra la città e la distesa del terminal portuale di Alyeska. Sullo sfondo, all’estremità del Sound, si stagliavano le sagome desolate delle montagne coperte di neve. Sulla sinistra, Valdez era una massa grigia avvolta in un groviglio di moli e pontili, gremiti di barche da pesca e da diporto che dall’alto sembravano dei modellini.
“Aggie, devi far atterrare questo aereo. Kerikov è su quella nave, e io e te siamo gli unici che possono fermarlo” disse Mercer con aria grave. “Nella mia vita non mi sono mai arreso, e neanche tu, lo so. Se ti importa, voglio dire se ti importa davvero di proteggere la natura, allora non stare a pensare a come si fa a far atterrare questo coso. Fallo e basta.”
Mercer valutò la possibilità di far atterrare Aggie nelle acque interne del terminal, ma non c’era abbastanza tempo. Ci sarebbero voluti diversi minuti per attraversare il Sound, e più tempo ancora per raggiungere Andy Lindstrom al centro operativo. E anche allora non aveva la certezza che sarebbe riuscito a impedire a Kerikov di azionare le pompe e distruggere la condotta. L’unica possibilità che aveva era quella di impedire al russo di far saltare le bombole di azoto.
Aggie non parlava, non lo guardava neanche. Sebbene stesse pilotando un aereo che non le era familiare e lo stesse facendo dal sedile di destra, muoveva i comandi con destrezza. Ridusse la potenza, sollevò i flap di dieci gradi e alzò leggermente il muso dell’aereo. Il Cessna le ubbidiva come se sentisse che il pilota che l’aveva preceduta era un perfetto incompetente e godesse finalmente di una guida esperta.
Abbassandosi sull’acqua e girando attorno a una barca da pesca che puntava dritto verso sud Aggie preparò il Cessna all’atterraggio. Non aveva informazioni sulle condizioni meteorologiche, né sulla pressione o sulla direzione del vento, né sulle altre miriadi di dettagli su cui fanno affidamento i piloti per atterrare senza incidenti: Aggie poteva contare solo sulla sua esperienza. L’altimetro diceva che si trovavano ancora a dodici metri da terra, ma lei sapeva che in realtà i metri erano cinque o sei, perché si era accorta che al momento del decollo Mercer non aveva impostato l’altimetro. L’idrovolante era più grande dell’aereo con cui aveva volato in passato. I due galleggianti sotto la fusoliera aumentavano la resistenza aerodinamica mentre Aggie impostava l’atterraggio, manovrando i comandi manuali e la pedaliera con la leggerezza di un pianista.
Mentre agiva sui flap e sollevava ancora il muso dell’aereo, Aggie vide che erano troppo vicini alla Hope per atterrare ed effettuare il rollout. La nave era a un centinaio di metri e i galleggianti del Cessna erano ancora a trenta centimetri dall’acqua. Doveva riprendere quota e rifare la manovra. La rabbia che provava per Jan Voerhoven accresceva la sua tenacia.
A un metro e venti sopra la superficie del Sound e sostenuto dall’effetto suolo delle ali, il Cessna era ora in balìa del vento, che fece sbandare l’aereo verso sinistra. Aggie pestò sul pedale di destra per compensare e fece scendere l’aereo come meglio poté. I galleggianti picchiarono contro un’onda alta mezzo metro, scivolarono nell’avvallamento e picchiarono di nuovo contro l’onda successiva.
Il Cessna rischiò di essere sbalzato come se qualcuno dal cielo lo stesse sollevando e l’elica si avvicinò pericolosamente all’acqua. L’aereo lottò contro l’onda successiva e rallentò, mentre gli spruzzi colpivano il parabrezza. L’ammaraggio era riuscito, l’aereo dondolò sull’acqua come una libellula, e finalmente Aggie tirò un profondo sospiro di sollievo.
“Altro che applausi… sei un pilota, cazzo!”
“Decisamente. Ma adesso andiamo!” disse, in preda a un’overdose di adrenalina. Diede di nuovo gas spostando la manetta un istante prima che il motore si spegnesse e l’aereo prese a scivolare velocemente tra le onde. A una ventina di metri lo scafo della Hope spiccava nella penombra delle prime luci del giorno.
“Accosta” ordinò, “vicino alla poppa se puoi. Mi è venuta un’idea.”
Aggie non si era ancora ripresa dallo shock della fuga dalla piattaforma, per non parlare della picchiata suicida di Mercer o del suo atterraggio quasi fatale. Era troppo stanca per discutere, non aveva fiato per fare nient’altro se non seguire gli ordini di lui. Portò l’idrovolante vicino alla Hope lavorando sui pedali mentre le onde sbattevano contro i due galleggianti.
Lo scafo della Hope si avvicinava velocemente, troppo velocemente, e la fiancata gialla si fece immensa rispetto alla carlinga del Cessna. Aggie capì che erano troppo vicini e cercò disperatamente di evitare l’impatto. In quel momento un’onda più grossa spinse violentemente l’aereo contro la nave e la leggera struttura di alluminio dell’ala sinistra si accartocciò contro l’acciaio temperato della fiancata dello scafo.
“Merda,” disse imprecando contro se stessa, ma non c’era nessuno a rimproverarla per le parolacce.
Mercer era già nella stiva, spalancò lo sportello lasciando che la ventata di aria gelida ripulisse la cabina dall’odore della paura. Il ponte principale della Hope era a quasi quattro metri sopra di lui e non c’era nessun appiglio per arrampicarsi. Saltò dall’aereo su uno dei galleggianti e barcollando si portò sotto l’ala destra. Il galleggiante era scivoloso e Mercer era costretto ad aggrapparsi al supporto dell’ala con tutte le sue forze, aggiungendo nuovi dolori a quelli vecchi non ancora guariti.
Ringhiando e lottando riuscì a issarsi sull’ala sana e si mise in piedi sulla superficie instabile. Gli spruzzi dell’elica gli sferzavano i capelli e i vestiti con la violenza di un uragano. Il movimento delle onde teneva l’aereo incollato alla nave, e ad ogni sussulto il metallo raschiava contro la fiancata. Anche salendo sull’ala il ponte era ancora troppo alto per saltare e aggrapparsi alla battagliola che girava tutto attorno al ponte.
Mercer si portò dondolando sull’estremità dell’ala facendo inclinare lateralmente l’idrovolante su quel lato, quindi corse dall’altra parte, fermandosi subito prima del punto danneggiato dalla manovra di Aggie. Ripeté la sequenza portando l’aereo a dondolare in modo che a ogni passaggio l’ala danneggiata si sollevava sempre di più verso il ponte. Quando ritenne che l’aereo non si sarebbe inclinato più di così, corse fino al bordo accartocciato facendosi spingere in alto, anche se sotto il suo peso l’ala si infossava.
Il salto fu attenuato dal cedimento dell’ala, e Mercer dovette annaspare per riuscire ad aggrapparsi a una bocchetta di scarico incrostata, mentre con i piedi cercava invano di fare presa sull’acciaio liscio della chiglia. A penzoloni nel vuoto, Mercer pregò che Kerikov non avesse piazzato delle guardie sul ponte. L’avvicinamento del Cessna e il successivo impatto dell’ala avrebbero sicuramente attirato l’attenzione di qualcuno. Se Mercer fosse stato trovato appeso alla fiancata della nave come un mollusco indesiderato, se ne sarebbero liberati in un baleno sparandogli un colpo in testa.
Mercer si tirò su, con i piedi che annaspavano nel vuoto. Il bordo ruvido e scheggiato dello scarico gli tagliava la pelle delle mani e il sangue gli colava dalle dita lungo i polsi. Fece finta di niente e si issò sul ponte deserto, infilando con un ultimo sforzo le gambe sotto la battagliola.
“Aggie” gridò rivolto verso l’aereo, con la voce quasi completamente coperta dal rumore del motore e dell’elica che girava a vuoto.
Dopo un secondo l’elica si fermò e il motore si spense. L’unico rumore che si sentiva era lo sciacquio delle onde contro lo scafo della nave. Poi, nel silenzio, Mercer sentì qualcuno che rideva all’interno del castello.
“Aggie” chiamò di nuovo e la vide sbucare dallo sportello della stiva rimasto aperto. Era pallida, e il vento le arruffava i capelli tagliati corti. Nel chiarore ingannevole del mattino i suoi occhi verdi emanavano luce. “Ho bisogno del tuo aiuto, altrimenti non ce la farò mai.”
Mercer voleva che andasse a riva ad avvertire Lindstrom, ma aveva bisogno che lei stesse con lui. Dato che Mercer aveva preso parte all’incursione della guardia costiera a bordo della Hope, era sicuro che l’equipaggio avrebbe cercato di fermarlo, ma con Aggie accanto sperava che la sua presenza avrebbe destato meno sospetti, lasciandolo libero di andare a cercare Kerikov.
“Non ce la faccio a saltare fino a lassù.” Aggie era in piedi su uno dei galleggianti dell’idrovolante.
“Aspetta.” Mercer scomparve dalla vista di lei e si precipitò a poppa dove afferrò un salvagente arancione appeso alla battagliola, attaccato a duecento metri di cima di nylon. Corse di nuovo sul lato della nave, tenendo d’occhio il ponte, grato che nessuno avesse notato il Cessna.
“Aggrappati a questa. Ti tirerò su.” Lanciò la ciambella, che atterrò nella scura striscia di acqua tra la nave e l’idrovolante, con la cima che dondolava davanti alla faccia di Aggie. Senza fare domande, ormai pronta ad accettare ogni sorta di sorprese, Aggie se la avvolse attorno ai polsi facendo diversi giri e si issò a bordo della Hope puntando i piedi seguendo il ritmo di Mercer che tirava. Raggiunta l’altezza del ponte, tenne la cima in una mano mentre Mercer si sporgeva e la afferrava per la cintola trascinandola oltre la battagliola. Aggie cadde ai suoi piedi maledicendolo perché le aveva sfregato i seni contro la ringhiera.
“E adesso?” disse ansimando e guardandolo perplessa.
“Dobbiamo trovare Kerikov e ucciderlo” rispose Mercer, con lo sguardo fisso. “Dopo che l’equipaggio ci avrà visti insieme, voglio che tu vada nella sala radio, che contatti il terminal portuale e che tu chieda al direttore, un certo Lindstrom, di fermare il loro responsabile informatico. Si chiama Mossey. Di’ a Lindstrom che Mossey è incaricato di escludere i computer e che ha installato un sistema operativo alternativo che è programmato per far saltare le bombole di azoto.”
Vide che Aggie non aveva la più pallida idea di cosa stesse dicendo. Non c’era tempo per le spiegazioni, perciò cambiò programma. “Non importa” disse. Resta accanto a me e assicurati che nessuno dei tuoi compagni della PEAL pensi che il nemico sono io.”
Corsero verso il castello, spalancarono di colpo una delle porte e si precipitarono giù per un corridoio deserto, assaliti dal calore del riscaldamento dell’ambiente che rispetto all’aria fredda del ponte sembrava una sauna. Mentre si avvicinavano, i rumori dei festeggiamenti si fecero più forti.
“Speriamo che non significhi che siamo arrivati troppo tardi” disse Mercer preoccupato, con i pugni stretti per la tensione mentre oltrepassava una porta dopo l’altra con Aggie al suo fianco.
Irruppero nella sala della festa ma furono fermati dalla folla euforica. Le celebrazioni erano al massimo, e il contrasto con gli orrori delle ore precedenti li lasciò completamente spiazzati. Quando riconobbero Aggie, gli ambientalisti esplosero in un boato, qualcuno per la gioia, altri per la sorpresa di vederla lì.
Quasi non fecero caso a Mercer, ed era evidente che non riconoscevano in lui l’uomo che aveva partecipato all’incursione dell’FBI a bordo della Hope. Lui e Aggie vennero immediatamente trascinati in mezzo alla folla, e tutti cercavano di avvicinarsi a loro offrendo continuamente bicchieri di champagne. Mercer si sentiva terribilmente fuori posto. Gli sembrava di essersi intrufolato al suo stesso funerale.
“È già successo?” strillò per farsi sentire in quel baccano, e una voce gli rispose che era questione di un paio di minuti. Erano tutti pronti per il conto alla rovescia finale.
Aggie guardò Mercer con gli occhi sbarrati e pieni di spavento. Era chiaro che nessuno si rendeva conto delle conseguenze di quello che stava per accadere.
“Dov’è Jan?” chiese a uno degli attivisti che si trovava accanto a lei in mezzo alla folla ubriaca.
“Sul ponte di comando, penso,” rispose. Intanto Mercer si faceva strada tra la folla scostando quelli che gli si piazzavano davanti mentre si avviava verso la porta.
Ivan Kerikov stava davanti alle finestre che davano sul ponte quando Jan Voerhoven lo raggiunse. Aveva le mani dietro la schiena, il petto gonfio e sollevato e il mento prominente puntato verso la terra selvaggia che si stendeva dietro i vetri rinforzati e spessi degli oblò. I capelli argentei spiccavano nel buio. C’erano almeno quindici anni di differenza tra loro, ma Jan percepiva nel russo una sorta di giovinezza adolescenziale. Rimase in silenzio per alcuni secondi, temendo di disturbare il riposo del russo.
“È arrivato il momento che tu faccia la tua parte e accenda la scintilla che darà il via alla terza grande rivoluzione dell’era moderna.” Kerikov posò il suo sguardo truce e inquietante su Jan Voerhoven. Jan pensò che quello doveva essere lo sguardo di Rasputin, non tanto per il colore quanto per l’intensità. “La terza?”
“Certo. La rivoluzione russa del 1917, la rivoluzione fascista che ha insediato Hitler, Tito e Mussolini, e ora la rivoluzione verde” rispose Kerikov, dando una risposta che calmasse l’agitazione dell’ambientalista, tenendo per sé il fatto che in realtà la terza rivoluzione sarebbe stata quella dell’unificazione del Medio Oriente sotto il controllo congiunto dell’Iran e dell’Iraq. “Hai il detonatore?”
“Eccolo qui.” Jan estrasse il cellulare dal taschino della camicia, aprendolo con uno scatto. D’un tratto, tutto quello che aveva intorno gli sembrò irreale. Si sentì trascinato in qualcosa di cui non voleva più fare parte, ciononostante non riusciva a fermarsi. Kerikov gli fece cenno di procedere e, quasi come se il russo avesse il controllo dei sui gesti, iniziò a digitare il numero.
Mentre si accovacciava all’ingresso della plancia Mercer sentì solo che Voerhoven aveva il detonatore. Non riusciva a vedere il russo e non c’era il tempo per individuarne la posizione, ma Jan era proprio davanti a lui, accanto alla consolle centrale. Mercer uscì allo scoperto e in un lampo fu addosso all’olandese con la violenza di una cannonata.
Entrambi volarono oltre la console e il telefono schizzò via dalle mani di Voerhoven mentre lui cadeva sul ponte, in uno scricchiolio di costole rotte dal peso di Mercer che gli piombava sul petto con tutto il suo peso. Furono sufficienti due pugni ben assestati per mettere fuori gioco l’ecologista e fargli perdere i sensi, ma quei secondi diedero a Kerikov il tempo di estrarre la pistola dalla fondina. Mercer balzò in piedi, ruotò su se stesso e vide l’arma puntata all’altezza della sua testa.
Le sirene esplosero in un grido agghiacciante che echeggiava nell’ampia baia di Valdez, un urlo spaventoso che diceva che era troppo tardi.
Al terminal di Alyeska era scattata un’emergenza.
Entrambi guardarono fuori dalla finestra della plancia verso l’enorme struttura, come se si aspettassero di poter vedere la prova dell’orrenda devastazione che stava avvenendo lungo i millecinquecento chilometri di condotta. Mercer si girò verso Kerikov con gli occhi grigi offuscati da un odio feroce.
“Troppo tardi, dottor Mercer.” Kerikov scoprì la dentatura giallastra in una smorfia che doveva essere un sorriso. “L’ultima volta mi hai fregato per un paio d’ore. Questa volta io ti ho fregato per una manciata di secondi.”
“Ti ucciderò, lurido bastardo.” Mentre parlava, Mercer spostò lo sguardo sul lato destro di Kerikov.
“Non credo.” Kerikov si girò per seguire lo sguardo di Mercer e in quell’istante Aggie Johnston sbucò da un ponte aperto che si trovava alla sua sinistra. Kerikov non fece in tempo a vedere l’estintore con cui Aggie lo colpì. Si accasciò, mentre il sangue sgorgava copioso dal suo cranio spaccato.
“Sono contento che tu sia venuta a dare un sèguito alla mia minaccia” disse Mercer mentre recuperava la pistola di Kerikov puntandola contro il russo. Sapeva che quell’uomo poteva essere pericoloso anche se era a terra rantolante. Il colpo di Aggie non era stato abbastanza forte da farlo svenire, e si stava già muovendo e lottava per riprendersi.
“Cos’è quel rumore?” chiese Aggie mentre le sirene del porto continuavano a urlare.
“Siamo arrivati tardi. Voerhoven ha fatto saltare le bombole di azoto.”
Urlando come una pazza Aggie corse dall’altra parte della plancia e raggiunse il suo ex che giaceva per terra. Lo prese a calci, gridando il suo nome e imprecando. Nessuno avrebbe potuto infliggerle una ferita più profonda di quella che Voerhoven aveva appena inflitto all’Alaska. Sentì su di sé il dolore della terra come se fosse il suo stesso corpo a essere coperto di veleno.
“Aggie, fermati!” gridò Mercer afferrandola per le spalle mentre lei continuava a tirare calci a Voerhoven. “Devo contattare il terminal. Forse c’è un modo per contenere i danni. Aggie! Ascoltami!”
Finalmente Aggie si fermò e lo guardò, con una calma inquietante negli occhi.
“Dove si trovano le radio?” chiese Mercer continuando a gridare, con i nervi tesi come corde di violino. Il cellulare di Voerhoven era vicino ai suoi piedi, irrimediabilmente danneggiato.
“Sono distrutte, mentre venivo qui ho visto l’arabo che le sfasciava. Ha rubato un gommone e si è appena allontanato dalla nave. Ho pensato che venire qui fosse più importante che cercare di fermarlo.”
Kerikov si sollevò come una molla dal punto in cui era stato momentaneamente dimenticato. Mercer percepì il movimento con la coda dell’occhio e gli gridò di fermarsi, ma Kerikov era già volato fuori dalla porta della plancia. Mercer sparò una raffica di colpi colpendo Kerikov alla spalla sinistra, facendolo barcollare e rallentare ma senza riuscire a fermare la sua corsa verso la libertà. Era già sullo stretto ponte esterno con le falde del cappotto che svolazzavano al vento, tenendosi la spalla con la mano e premendo sulla ferita sanguinante.
Mercer non ebbe il tempo di sparare una seconda raffica e Kerikov riuscì a raggiungere l’estremità del ponte e a lanciarsi fuoribordo, precipitando nell’acqua gelida dopo un volo di quasi dieci metri. Mercer stava per lanciarsi all’inseguimento di Kerikov per sparare di nuovo quando fosse riemerso, ma si fermò, girò su se stesso e afferrò Aggie per un braccio.
“Non dire una parola e corri.”
Corsero più veloci che poterono attraversando tutta la nave, e Mercer era assalito da un terrore quale non aveva mai provato prima. Se Kerikov era scappato dalla nave in quel modo, probabilmente aveva pensato che rischiare di beccarsi una pallottola nella schiena e tuffarsi in quelle acque glaciali gli avrebbe lasciato più possibilità di sopravvivere che se fosse rimasto a bordo. Si era messo a correre come un pazzo appena aveva sentito Aggie dire che Alam non era più a bordo. Si ricordò che i due avevano parlato di imbottire la nave di esplosivo e immaginò che quello psicotico avesse un detonatore tutto suo.
Irruppero nella sala mensa dove la festa era ancora più movimentata di prima. Da uno stereo in fondo alla stanza usciva della musica rock a tutto volume e stavano tutti ballando con grande coinvolgimento. In un baleno Mercer prese la mira e sparò un colpo e poi un altro oltre la folla. Gli altoparlanti si disintegrarono e la musica si fermò in un tripudio di frammenti di plastica e cavi bruciacchiati.
“Abbandonate la nave, sta per esplodere.” Dopo aver dato quell’avvertimento che gli sembrava del tutto immeritato, afferrò Aggie e si precipitò verso poppa dove il Cessna era rimasto incollato alla nave sotto la spinta delle onde.
Saltò sull’ala dell’idrovolante che sotto il suo peso si abbassò immergendosi in acqua anche se lui aveva cercato di attutire il colpo piegando le ginocchia. Si voltò verso l’alto e chiamò Aggie che era ancora sul ponte. “Salta!”
Si aspettava che lei avesse un momento di esitazione, che invece non ci fu. Lui non fece in tempo a mettersi in una posizione più stabile e lei gli cadde tra le braccia con un tale impeto che quasi rotolarono in acqua. Mercer tenne Aggie con tutte le sue forze mentre i piedi le penzolavano sull’acqua oltre il bordo dell’ala.
“Riesci a raggiungere il galleggiante?” le chiese con gentilezza mentre la metteva giù.
“Quasi… Ecco, ci sono.”
La lasciò andare e mentre lui si abbassava per seguirla, Aggie si infilò in cabina per prepararsi ad allontanarsi dalla Hope. Mentre saltava sul galleggiante, il motore si avviò e per un pelo non fu sbalzato in acqua dagli spruzzi dell’elica. Si trascinò faticosamente in avanti e con un balzo entrò in cabina.
“Vai, vai, vai cazzo, vai!” gridò.
Aggie non aveva perso tempo ad allacciarsi la cintura di sicurezza, perché comunque l’ala danneggiata avrebbe impedito all’aereo di alzarsi in volo. Era seduta sull’orlo del sedile, protesa in avanti come un ragazzino che guida l’automobile per la prima volta, con gli occhi sbarrati per la paura. Ebbe la prontezza di spingere la barra in avanti, sfruttando anche la poca portanza che le ali riuscivano a produrre per allontanarsi il più velocemente possibile da quella nave dal destino segnato. Mercer la raggiunse immediatamente e si sistemò al posto del copilota.
“Tutta quella gente…” disse lei, pensando ai membri della PEAL rimasti a bordo.
“Hanno firmato la loro condanna nel momento stesso in cui si sono alleati con Kerikov” e aggiunse “abbiamo dato loro una chance che non se non era per noi non avrebbero mai avuto.”
“Dove siamo diretti?” Aggie aveva riacquistato quella calma che affascinava tanto Mercer.
“Al terminal. Non so. Forse possiamo ancora fare qualcosa.” Mercer sapeva che era troppo tardi e che il danno era ormai stato fatto. Avrebbero solo potuto dare una mano a ripulire. Nonostante le vibrazioni dell’aereo e il rombo del motore, sentiva il grido straziante delle sirene che chiamavano aiuto.